Verona saluta don Mazzi, il prete educatore che ha cambiato il destino di migliaia di giovani
Aveva 96 anni il fondatore di Exodus, nato a Verona e diventato un punto di riferimento nazionale nella lotta alle dipendenze e al disagio giovanile.
Si chiude a 96 anni la lunga storia umana e civile di don Antonio Mazzi, figura nata a Verona e diventata in tutta Italia un riferimento nel lavoro con i ragazzi travolti dalle dipendenze, dall’emarginazione e dalle ferite educative.
Per il territorio veronese la sua scomparsa ha un significato particolare, perché qui affondavano le radici della sua formazione e di una vocazione che nel tempo avrebbe superato i confini locali, fino a lasciare un segno profondo nel dibattito nazionale su giovani, famiglie e recupero.
Sacerdote, educatore e giornalista, don Mazzi ha legato il suo nome soprattutto a Exodus, la realtà nata all’inizio degli anni Ottanta per offrire un percorso concreto a chi era finito nella spirale della droga. La sua idea, però, andava oltre la risposta all’emergenza: al centro metteva la persona, non il problema.
Dalle origini veronesi a una scelta di campo precisa
Nato a Verona, compì il percorso di studi nel Seminario vescovile e approfondì poi la formazione teologica, arrivando anche alla laurea in Filosofia all’Università di Ferrara.
L’ordinazione sacerdotale arrivò il 26 marzo 1956, nella congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza fondata da san Giovanni Calabria. Fin dall’inizio del ministero scelse contesti difficili, segnati da povertà materiale, abbandono e fragilità educative.
Con il passare degli anni il suo impegno si concentrò sempre di più su adolescenti e giovani rimasti ai margini dei percorsi più ordinari. Nella sua visione, nessuno doveva essere identificato per sempre con una caduta, una dipendenza o un errore.
La risposta agli anni dell'eroina
Un passaggio decisivo arrivò nel 1979, quando prese la guida dell’Opera Don Calabria di Milano, in via Pusiano, nell’area del Parco Lambro. In quegli anni l’eroina stava colpendo duramente una generazione intera, mentre molte famiglie si trovavano senza strumenti adeguati.
Da quella esperienza prese forma nel 1980 il Progetto Exodus, nato inizialmente per accompagnare ragazzi con problemi di tossicodipendenza. Qualche anno dopo, con la concessione della Cascina Molino Torrette da parte del Comune di Milano, il progetto trovò una sede destinata a diventare il cuore di una rete più ampia.
Il modello costruito da don Mazzi non si limitava all’allontanamento dalle sostanze. Lavoro, disciplina, vita condivisa, attività sportive, musica, viaggi e volontariato diventavano strumenti educativi per restituire autonomia e responsabilità.
Una voce diretta nel confronto pubblico
Col tempo don Mazzi è diventato anche un volto noto al grande pubblico. La televisione, gli incontri pubblici e gli spazi di approfondimento gli hanno permesso di portare fuori dagli ambienti ecclesiali temi come dipendenze, adolescenza, crisi della famiglia e responsabilità degli adulti.
Il suo stile era immediato, spesso ruvido, raramente accomodante. Non cercava formule rassicuranti: preferiva mettere in discussione abitudini, omissioni e superficialità con cui il mondo adulto guardava al disagio giovanile.
Per anni su Tv2000 ha curato la rubrica Lettera a don Mazzi, rispondendo ai messaggi di ragazzi, genitori e persone alle prese con situazioni familiari complicate. Anche lì ha mantenuto la stessa cifra: parlare chiaro, senza allontanarsi dalle ferite reali delle persone.
Il lavoro da giornalista e il rapporto con le famiglie
Accanto all’attività educativa, don Antonio Mazzi era giornalista professionista. Ha collaborato con testate nazionali come Famiglia Cristiana, Corriere della Sera, La Stampa, Il Giorno, Avvenire e Jesus, seguendo nel tempo l’evoluzione delle dipendenze e dei nuovi disagi.
Nei suoi articoli e nei suoi interventi pubblici tornava spesso su un punto: i ragazzi non possono essere lasciati soli fino al momento dell’emergenza. Per questo richiamava continuamente le responsabilità di famiglia, scuola e società, convinto che la prevenzione parta molto prima del momento più drammatico.
Negli anni il suo sguardo si era allargato anche oltre il tema delle sostanze, includendo isolamento, dipendenze comportamentali, povertà relazionale e difficoltà a immaginare un futuro credibile.
Riconoscimenti e un'eredità che resta aperta
Il suo lavoro sul campo ha ricevuto anche importanti riconoscimenti accademici, con tre lauree honoris causa in ambito pedagogico: nel 1994 dall’Università di Palermo, nel 1996 dall’Università di Lecce e nel 2004 dall’Università di Macerata.
Più dei titoli, però, a raccontarne l’impronta restano le comunità, gli educatori, i volontari e le migliaia di storie passate attraverso Exodus. Il metodo di don Mazzi si è costruito nella pratica quotidiana, tra tentativi, relazioni e ripartenze, senza ricette valide per tutti.
Per Verona, che gli ha dato i natali, la sua morte riporta al centro una figura che ha saputo trasformare una missione locale in un’esperienza nazionale. Lascia un’idea semplice e severa insieme: un giovane in difficoltà non va archiviato, ma accompagnato finché torna a riconoscere un futuro possibile.