Padova porta in Vaticano il modello del suo Centro universitario: accoglienza, studio e dialogo con i giovani

L’esperienza cittadina raccontata al congresso internazionale del Dicastero per la cultura e l’educazione: al centro l’ascolto degli studenti e i nuovi linguaggi della fede.

23 ottobre 2026 13:50
Padova porta in Vaticano il modello del suo Centro universitario: accoglienza, studio e dialogo con i giovani -
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Non solo un punto di riferimento per chi cerca un’aula studio in centro a Padova, ma anche un osservatorio privilegiato sul mondo universitario di oggi. È da questa prospettiva che il Centro universitario padovano è stato chiamato a intervenire in Vaticano, nel congresso internazionale dedicato alla pastorale scolastica e universitaria.

L’incontro, promosso dal Dicastero per la cultura e l’educazione nelle giornate del 22 e 23 ottobre 2026, si è svolto nell’aula Paolo VI con il titolo “Disegnare nuove mappe di speranza”. Tra le esperienze presentate durante la prima giornata c’era anche quella maturata a Padova, illustrata da don Giorgio Bezze, direttore del Centro universitario e responsabile diocesano per educazione, scuola, cultura e università.

Una realtà padovana entrata nel confronto internazionale

Il congresso ha riunito voci provenienti da diversi continenti, in un confronto che ha messo insieme percorsi e sensibilità molto differenti. L’apertura è stata affidata al cardinale José Tolentino De Mendonça, prefetto del Dicastero, mentre nella tavola rotonda dedicata alle esperienze concrete è intervenuto anche il rappresentante padovano.

Con lui sedevano, tra gli altri, il professor Grégoire Maloba dell’Università cattolica della Repubblica democratica del Congo, il diacono Joseph Herveau per la pastorale scolastica francese e alcuni rappresentanti del Patto educativo globale promosso da papa Francesco nel 2019.

Il Centro universitario come luogo quotidiano della città

Nel racconto portato a Roma emerge il profilo di una struttura che a Padova svolge da quasi sessant’anni una funzione particolare: mettere in contatto mondo accademico, vita cittadina e proposta ecclesiale in uno spazio accessibile, frequentato ogni giorno da studenti di provenienze e percorsi diversi.

Don Bezze ha definito il Centro un luogo di incontro tra Università, Chiesa e città. Gli ambienti a disposizione comprendono sale per studiare, spazi per appuntamenti e momenti comunitari, un punto ristoro, oltre al giardino che nelle giornate favorevoli viene utilizzato come area studio all’aperto. C’è anche una cappella, utilizzata per la preghiera e per la celebrazione settimanale.

Il cuore dell’esperienza, però, non sta soltanto nei servizi. Come ha spiegato lo stesso direttore, molti ragazzi arrivano inizialmente per ragioni pratiche: la posizione comoda rispetto alle sedi universitarie, gli spazi disponibili, la possibilità di fermarsi durante la giornata. Solo in un secondo momento, eventualmente, nasce un rapporto più profondo con il luogo e con le persone che lo animano.

Chi frequenta gli spazi e quali domande porta con sé

Uno dei punti messi in evidenza riguarda proprio il profilo degli studenti che passano dal Centro universitario. Secondo quanto riferito da don Bezze, solo una quota vicina al 20 per cento arriva con alle spalle un’esperienza ecclesiale o parrocchiale. Gli altri hanno storie molto diverse: ci sono non credenti, giovani di altre religioni, persone che si dichiarano distanti dalla pratica o semplicemente concentrate quasi esclusivamente sul percorso di studio.

Da qui nasce una domanda pastorale che il Centro padovano affronta ogni giorno: come intercettare una ricerca di senso che spesso non si esprime nei linguaggi tradizionali? Nella relazione presentata al congresso, il direttore ha osservato che la dimensione razionale e accademica tende a prevalere, mentre il riferimento esplicito a Dio può risultare debole o assente. Eppure, proprio dentro questa distanza, si aprono nuove possibilità di incontro e confronto.

L’ascolto come primo passo

Il metodo indicato dall’esperienza padovana parte da un verbo semplice: stare accanto. Nell’ascolto quotidiano, ha spiegato don Bezze, emergono studenti sensibili ai temi umani e sociali, ma spesso esposti a fragilità affettive e a una resilienza incerta. In alcuni casi anche lo studio, anziché essere solo una risorsa, può diventare una forma di riparo rispetto a nodi personali più profondi.

Allo stesso tempo, il responsabile del Centro ha descritto questi giovani come portatori di una forte ricchezza umana. La ricerca del senso della vita, secondo la riflessione proposta, non è scomparsa: cambia piuttosto il modo in cui si manifesta. Per molti passa attraverso l’impegno nel sociale, l’attenzione all’ambiente, la cura concreta delle persone vicine, più che attraverso percorsi religiosi istituzionali.

In questa lettura il Centro universitario di Padova diventa allora un laboratorio cittadino dove osservare da vicino come i giovani abitano oggi le domande fondamentali. Ed è anche per questo che l’esperienza padovana è stata portata all’interno di un confronto mondiale: non come modello astratto, ma come pratica quotidiana nata nel cuore della città e a contatto diretto con la vita universitaria.

La conclusione affidata da don Bezze al congresso va proprio in questa direzione: leggere il presente non come semplice perdita, ma come passaggio che chiede nuove forme di presenza, dialogo e fraternità. Un messaggio che, partendo da Padova, ha trovato spazio in un appuntamento internazionale dedicato a ripensare il rapporto tra educazione, cultura e speranza.

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