Da Venezia alle sale, «Hiedra» arriva il 27 maggio dopo il riconoscimento a Orizzonti

Il film di Ana Cristina Barragán, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia per la sceneggiatura, debutta nelle sale italiane con distribuzione MFF.

22 maggio 2026 10:43
Da Venezia alle sale, «Hiedra» arriva il 27 maggio dopo il riconoscimento a Orizzonti -
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Il percorso di «Hiedra» passa da Venezia prima di raggiungere il pubblico in sala. Il film di Ana Cristina Barragán sarà distribuito dal 27 maggio da MFF - Michael Fantauzzi Film, dopo l’attenzione raccolta all’82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove nella sezione Orizzonti ha ottenuto il premio per la miglior sceneggiatura.

Per il pubblico veneto il riferimento alla Mostra ha un peso particolare: è infatti dal Lido che l’opera ha consolidato il proprio profilo internazionale, inserendosi nel solco dei titoli d’autore che trovano a Venezia un passaggio decisivo prima dell’uscita nelle sale.

Nel cast ci sono Simone Bucio e Francis Eddú Llumiquinga, qui al debutto cinematografico. Il film costruisce una relazione fragile e perturbante, muovendosi in un territorio narrativo dove desiderio, memoria e trauma si sfiorano continuamente senza trovare un equilibrio stabile.

Un titolo che riparte dalla Mostra di Venezia

Il riconoscimento ottenuto nella sezione Orizzonti ha dato a «Hiedra» una collocazione precisa nel panorama del cinema contemporaneo più attento alla scrittura e alla ricerca formale. Non è solo un premio festivaliero: nel caso di Venezia rappresenta spesso anche un passaggio che orienta la circolazione successiva del film.

La distribuzione italiana arriva quindi dopo una tappa veneziana che ha segnato il cammino dell’opera e che la rende particolarmente interessante anche per chi segue da vicino la vita culturale legata alla Mostra del Cinema.

Il racconto al centro del film

La protagonista è Azucena, trentenne che incrocia il proprio sguardo con quello di alcuni ragazzi accolti in una casa famiglia. Tra loro emerge Julio, diciassettenne, figura con cui si sviluppa un legame difficile da definire, immediato ma anche irto di contraddizioni.

Tra i due si apre un rapporto che attraversa distanza sociale, ferite personali e bisogno di riconoscimento. Il film accompagna questo avvicinamento verso un paesaggio vulcanico, trasformato in luogo simbolico dove il cambiamento interiore prende corpo.

La scelta stilistica di Ana Cristina Barragán

Nel lavoro della regista il racconto non procede per spiegazioni esplicite. «Hiedra» preferisce affidarsi a dettagli, omissioni, silenzi, lasciando che siano i corpi e i movimenti minimi a suggerire ciò che resta irrisolto.

La macchina da presa segue i personaggi con una vicinanza discreta, cercando una materia quasi sensoriale dell’esperienza. Anche il coinvolgimento di attori non professionisti contribuisce a questa impostazione, che evita effetti dimostrativi e punta invece su una percezione più fisica e istintiva.

Le parole della regista e il suo percorso

Ana Cristina Barragán ha spiegato così il cuore del progetto: «Mi interessava la forza dell’ambiguità, ciò che si muove sotto la superficie della storia. Il formicolio al braccio quando è il gomito a urtare, il volto che si accende per l’ansia, la ferita dell’infanzia che si rivela nei piccoli gesti. Volevo portare al limite le intimità che abbiamo stabilito come normali. In Hiedra cerco qualcosa di disordinato nel desiderio, qualcosa di irrisolto, edipico».

Per la cineasta si tratta di un nuovo capitolo dopo «Alba» del 2016, presentato al Festival di Rotterdam e candidato dell’Ecuador agli Oscar, e dopo «La Piel Pulpo» del 2022, passato dal festival di San Sebastian. Accanto a «Hiedra», Barragán sta lavorando anche al lungometraggio «Amapola», alla serie di finzione «La Costra y la Miel», a un primo documentario e ad altri progetti tra fotografia analogica e scrittura.

L’uscita del 27 maggio riporta così al centro un film che ha trovato a Venezia uno dei momenti chiave della sua traiettoria e che ora si misura con il pubblico delle sale, portando con sé l’impronta di un cinema d’autore che preferisce interrogare più che spiegare.

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