Dipendenze in Veneto, i giovani restano ai margini dei percorsi di cura: la Regione apre al confronto
A Mestre il punto sulle comunità terapeutiche: oltre 2.300 persone accolte nel 2025, ma gli under 25 sono una quota minima del totale.
Il dato che più preoccupa chi lavora nei servizi veneti sulle dipendenze riguarda l’età: tra le persone accolte quest’anno nelle strutture residenziali e semiresidenziali, i più giovani pesano ancora troppo poco. Nel 2025 gli ingressi complessivi sono stati 2.324, ma appena 231 hanno tra i 13 e i 25 anni.
Il tema è emerso con forza a Mestre, all’Ospedale dell’Angelo, durante il convegno nazionale “Governare il cambiamento - nuove sfide e modelli di cambiamento”, promosso da Co.Ve.S.T, il coordinamento regionale delle comunità terapeutiche del Veneto. Dal confronto è arrivata una richiesta precisa: rimettere mano alle regole regionali che disciplinano il settore, ritenute non più adeguate rispetto ai bisogni attuali.
All’iniziativa ha partecipato anche l’assessore regionale alle Politiche Sociali Paola Roma, che ha annunciato l’avvio di un tavolo di lavoro dedicato alla revisione della Dgr 84/2007, il provvedimento che da quasi vent’anni fa da cornice al sistema veneto delle dipendenze.
Una rete pensata in un altro contesto
Per gli operatori, il punto centrale è che il fenomeno è cambiato molto più rapidamente delle risposte organizzative. Accanto alle dipendenze da sostanze si sono consolidate forme diverse di disagio e di compulsione, che coinvolgono soprattutto le fasce più giovani e che spesso non entrano nei percorsi tradizionali di cura.
Michele Resina, presidente di Co.Ve.S.T, ha spiegato che l’impianto dei servizi oggi disponibili fatica a offrire risposte tempestive e adatte alla complessità emersa negli ultimi anni. Da qui la richiesta di aggiornare la normativa regionale, ridefinendo modelli e strumenti operativi.
La stessa assessora Roma ha riconosciuto che nel tempo sono cambiate sia le caratteristiche delle persone seguite sia le forme della dipendenza. Per questo, ha indicato come necessario un confronto stabile con chi opera quotidianamente nelle comunità e nei servizi.
I numeri presentati a Mestre
Secondo i dati illustrati durante l’incontro, nel 2025 le persone accolte nelle strutture venete dedicate alle dipendenze sono state 1.772 uomini e 552 donne. La quota femminile resta quindi sotto un quarto del totale, ma sale tra i più giovani, dove arriva al 35%.
Il confronto con gli anni precedenti non mostra scostamenti marcati. Nel 2024 gli utenti presi in carico erano stati 2.427, con 235 giovani sotto i 25 anni. Nel 2023 il totale era di 2.377 persone, mentre i ragazzi e le ragazze nelle fasce più basse d’età indicate nei dati diffusi erano 249.
Per chi segue il settore, non si tratta di un miglioramento. Al contrario, la bassa presenza degli under 25 viene letta come un segnale di difficoltà nell’intercettare in tempo situazioni che spesso si manifestano con modalità diverse rispetto al passato.
Il problema dell’accesso dei ragazzi ai servizi
Tra i punti discussi a Mestre c’è stata proprio la distanza tra i servizi esistenti e il mondo giovanile. Serd e comunità, è stato osservato, restano in gran parte costruiti su un’utenza adulta, mentre adolescenti e giovani adulti tendono a non avvicinarsi a questi percorsi.
In questo quadro pesano anche le cosiddette new addiction, cioè dipendenze comportamentali che non sempre vengono riconosciute con facilità: tra gli esempi citati durante il convegno ci sono l’uso problematico dei social media e la dipendenza affettiva.
Resina ha inoltre ricordato che, in ambito regionale, esiste una sola comunità nel trevigiano in grado di accogliere minori. Un elemento che rende ancora più evidente la fragilità dell’offerta dedicata alle età più basse.
Dati incompleti e richiesta di un osservatorio regionale
Un altro nodo riguarda la lettura del fenomeno. Secondo Co.Ve.S.T, i numeri oggi disponibili non bastano a restituire un quadro pieno, perché fotografano solo una parte della realtà e non sempre permettono di distinguere con precisione le diverse forme di dipendenza.
Per questo il coordinamento propone uno strumento regionale di osservazione continua, capace di seguire l’evoluzione del fenomeno nel tempo. La richiesta nasce anche dal fatto che molte persone prese in carico presentano consumi e fragilità multiple, difficili da ricondurre a una sola categoria.
Risorse, personale e rapporto con il pubblico
Nel documento consegnato alla Regione, Co.Ve.S.T chiede anche di rafforzare la collaborazione tra servizio pubblico e privato sociale, in particolare tra Serd e comunità terapeutiche, attraverso percorsi strutturati di co-programmazione e co-progettazione.
Gli enti segnalano poi una questione economica aperta da anni: gli adeguamenti riconosciuti al comparto, sostengono, sono stati molto più contenuti rispetto ad altri ambiti sociosanitari, nonostante l’aumento dei costi di gestione registrato nell’ultimo ventennio.
Tra le criticità indicate c’è anche il timore che le somme destinate al settore possano disperdersi nei fondi indistinti delle Aziende Ulss, allontanandosi così dalla finalità per cui erano state stanziate. Da qui la richiesta di vincoli più chiari nell’utilizzo delle risorse.
Infine resta il tema del personale. Medici, infermieri, educatori, operatori di comunità e Oss sono figure sempre più difficili da reperire, e secondo gli operatori senza una fase di transizione più flessibile il sistema rischia di reggere con crescente fatica. Il confronto avviato a Mestre, per il Veneto, parte proprio da qui: aggiornare strumenti e rete dei servizi prima che il divario con i bisogni reali diventi ancora più ampio.