Alla Mostra di Venezia il film che apre una domanda scomoda: chi sostiene davvero le famiglie della disabilità

"I figli della scimmia", premiato a Venezia, porta sullo schermo il carico della cura e rilancia il tema del supporto a genitori, scuola e servizi.

20 settembre 2026 23:57
Alla Mostra di Venezia il film che apre una domanda scomoda: chi sostiene davvero le famiglie della disabilità -
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Non è solo un riconoscimento cinematografico quello arrivato a Venezia per “I figli della scimmia”. Il film d’esordio di Tommaso Landucci, presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, riporta nel dibattito pubblico un tema che in Veneto tocca molte famiglie: la gestione quotidiana della disabilità e la solitudine che spesso accompagna chi se ne prende cura.

L’opera è stata premiata nella sezione Orizzonti con il riconoscimento per la migliore sceneggiatura, scritta da Landucci insieme a Damiano Femfert, mentre a Riccardo Scamarcio è andato il premio per la migliore interpretazione maschile. Un doppio risultato che ha dato ancora più forza a un racconto costruito attorno alla fatica domestica, ai legami familiari e ai limiti di un equilibrio fragile.

Un padre al centro di una storia senza retorica

Il protagonista è Dario, interpretato da Scamarcio, padre che concentra le proprie energie nell’assistenza del figlio con disabilità. L’assetto della sua vita cambia quando entra in scena il nipote adolescente: con lui nascono complicità, interessi condivisi e anche la proiezione di un’idea diversa di paternità, quella del “figlio ideale” che non ha mai avuto.

Da questa relazione il film fa emergere il suo passaggio più delicato. La dedizione, il senso del dovere e il bisogno di una via di fuga iniziano a sfiorarsi, mostrando quanto possa essere sottile il confine tra responsabilità e desiderio di sottrarsi a un peso continuo.

Il significato del titolo e la lettura proposta dal regista

Il titolo rimanda alla favola di Esopo sulla madre scimmia che, riversando un affetto eccessivo su uno dei piccoli, finisce per opprimerlo mentre l’altro resta sullo sfondo. Nella trasposizione voluta da Landucci, questa immagine diventa una chiave per raccontare gli squilibri che possono nascere dentro una famiglia quando la cura occupa tutto lo spazio possibile.

È proprio qui che il film si distingue: non offre una visione pietistica, né costruisce la figura del genitore invincibile. Al contrario, mette in scena stanchezza, frustrazione, contraddizioni e desideri rimasti inespressi, restituendo una dimensione umana a chi vive ogni giorno accanto alla disabilità.

Dal Lido al confronto pubblico su scuola e servizi

Sull’impatto sociale dell’opera è intervenuto il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, che ha letto nel film un’occasione utile per superare rappresentazioni semplificate della disabilità e per riconoscere anche la vulnerabilità di madri e padri coinvolti nell’assistenza quotidiana.

Il punto sollevato dal Coordinamento riguarda un nodo molto concreto: il peso della cura non può restare confinato dentro le mura di casa. Quando tutto ricade sul nucleo familiare, il rischio è l’isolamento, con effetti che possono coinvolgere relazioni, tenuta emotiva e qualità della vita.

Locandina: Venezia, “I figli della scimmia” porta al cinema la fatica delle famiglie con

Il richiamo è ai principi dell’articolo 23 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. In questa prospettiva, il sostegno alle famiglie non viene presentato come una misura facoltativa, ma come una responsabilità precisa che riguarda istituzioni, servizi e comunità.

Un film che può parlare anche fuori dalle sale

Secondo il CNDDU, la rete territoriale deve avere un ruolo decisivo: scuola, servizi e istituzioni sono chiamati a costruire un supporto reale, capace di evitare che i genitori restino soli e di garantire ai figli un percorso di crescita più sereno.

Per questo “I figli della scimmia” viene indicato anche come possibile strumento di discussione nei contesti educativi, oltre il circuito dei festival. Il passaggio veneziano, dunque, non resta soltanto un fatto culturale: diventa l’occasione per interrogarsi su come una comunità scelga di condividere, o di lasciare interamente alle famiglie, la responsabilità della cura.

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