Santa Giustina gremita per Alex Zanardi: Padova accompagna l’ultimo saluto al campione che viveva a Noventa

Funerale partecipato nella basilica di Prato della Valle: la handbike accanto al feretro, gli atleti di Obiettivo3, il lungo applauso della città.

05 maggio 2026 15:28
Santa Giustina gremita per Alex Zanardi: Padova accompagna l’ultimo saluto al campione che viveva a Noventa -
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Il legame tra Alex Zanardi e il Padovano si è visto tutto questa mattina, quando la Basilica di Santa Giustina e Prato della Valle si sono riempiti per il funerale del campione scomparso il 1 maggio 2026 a 59 anni. Da anni viveva a Noventa Padovana con la famiglia e proprio qui, nella città scelta per gli anni più privati e difficili della sua vita, è arrivato il saluto pubblico più intenso.

La cerimonia delle 11 ha raccolto migliaia di persone, tra chi ha trovato posto all’interno della basilica e chi ha seguito dall’esterno, sotto la pioggia, attraverso i maxischermi allestiti nella piazza. Un addio molto partecipato, ma segnato da un tono misurato, in linea con la volontà della famiglia di tenere il momento lontano da ogni eccesso mediatico.

Ad accompagnare il feretro c’erano la moglie Daniela Manni, il figlio Niccolò e la madre Anna. All’arrivo della bara, la piazza ha risposto con un applauso lungo, poi ripetuto anche durante la funzione. In tanti, a Padova e nel Veneto, hanno sentito questo passaggio come qualcosa che riguardava da vicino la comunità.

Il Veneto dell’ultimo tratto di vita si raccoglie a Padova

Per il territorio non si è trattato soltanto dell’omaggio a un personaggio celebre. Zanardi, nato a Bologna, aveva costruito nel Padovano una parte importante della sua vita familiare. Dopo il grave incidente del 2020, questa zona era diventata anche il luogo della protezione e del silenzio, con una riservatezza che la famiglia ha sempre difeso.

Per questo la scelta di Santa Giustina ha avuto un significato che va oltre l’organizzazione del funerale. Padova ha salutato non solo il campione conosciuto in tutto il mondo, ma l’uomo che aveva abitato questo territorio lontano dai riflettori, nel tempo della quotidianità e della fragilità.

La partecipazione vista in Prato della Valle ha dato misura di questo rapporto. C’erano cittadini, appassionati di sport, famiglie, atleti e semplici curiosi diventati negli anni estimatori di una figura capace di parlare a pubblici molto diversi.

L’immagine che resta: la handbike accanto alla bara

Tra i segni più forti della mattinata c’è stata la presenza della handbike vicino al feretro. Un’immagine essenziale, sufficiente da sola a raccontare una parte decisiva della sua esistenza. Non un oggetto simbolico scelto per scena, ma il mezzo che aveva accompagnato la sua rinascita sportiva dopo l’incidente del 2001 al Lausitzring.

In quella bicicletta speciale c’era la trasformazione di Zanardi da pilota ad atleta paralimpico, da protagonista delle corse a punto di riferimento per chi guardava allo sport come possibilità concreta di ripartenza. Le medaglie, i titoli e i record restano nella sua biografia; la handbike, invece, ha dato forma visiva a ciò che ha rappresentato per molti.

Dopo l’amputazione di entrambe le gambe, Zanardi aveva scelto di non lasciare che la sua storia si fermasse al trauma. Tornò a competere, si rimise alla prova e arrivò fino ai successi paralimpici di Londra 2012 e Rio 2016, diventando una figura centrale del movimento internazionale.

Obiettivo3 e l’eredità più concreta lasciata da Zanardi

Accanto alla famiglia c’erano anche i ragazzi di Obiettivo3, il progetto voluto da Alex per accompagnare persone con disabilità verso la pratica sportiva e, in alcuni casi, verso il percorso paralimpico. La loro presenza non era soltanto affettiva: rappresentava una parte viva del lavoro costruito da Zanardi negli anni.

Uno dei momenti più toccanti della cerimonia è stato proprio il contatto con la madre di Alex. In quel gesto si è concentrato molto del senso della giornata: non solo il ricordo di un atleta straordinario, ma la prova tangibile di ciò che ha lasciato agli altri.

Obiettivo3 è stato il modo con cui Zanardi ha trasformato la sua esperienza personale in un progetto organizzato, fatto di strumenti, allenamento, relazioni e occasioni reali. Non un messaggio astratto sulla forza di volontà, ma un percorso pratico pensato per aprire strade a chi rischiava di restare fuori.

La celebrazione di don Marco Pozza e una cerimonia senza enfasi

A presiedere il funerale è stato don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova e legato personalmente a Zanardi. La sua omelia ha evitato la strada più facile, quella della retorica. Il ritratto emerso non è stato quello di un personaggio trasformato in icona irraggiungibile, ma di un uomo rimasto vicino agli altri anche dentro una vicenda fuori dal comune.

Questo registro ha dato coerenza all’intera mattinata. La famiglia aveva chiesto che non ci fosse diretta televisiva, e anche questa scelta ha contribuito a mantenere il funerale dentro un confine di rispetto. La partecipazione popolare non è mancata, ma il centro è rimasto il congedo, non la sua esposizione.

In basilica e in piazza il clima è stato composto. Gli applausi hanno segnato i momenti principali, ma senza rompere quella misura che ha accompagnato dall’inizio alla fine il saluto di Padova ad Alex Zanardi.

Atleti, volti noti e cittadini comuni nello stesso abbraccio

Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, Bebe Vio, Giovanni Malagò, Alberto Tomba, Gianni Morandi, esponenti del mondo paralimpico e rappresentanti delle istituzioni. Una presenza ampia, che ha restituito il peso pubblico di Zanardi nello sport italiano e non solo.

Ma a colpire è stata soprattutto la mescolanza tra personaggi noti e persone comuni. In piazza c’erano tifosi dei motori, appassionati delle Paralimpiadi, padovani, veneti, amici e cittadini che negli anni avevano riconosciuto in lui un esempio raro di determinazione unita a leggerezza.

Alla fine della mattinata resta l’immagine di una città capace di fermarsi con discrezione. Santa Giustina piena, la pioggia su Prato della Valle, la handbike accanto alla bara e l’abbraccio di chi gli voleva bene raccontano meglio di molte formule l’ultimo saluto del Veneto a un uomo che qui aveva trovato casa.

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