Pranzo di Natale: lo “Stop” a Padova vale 3,5 mln di euro e 15mila posti di lavoro

"La confusione regna sovrana, si accavallano tumultuose le anticipazioni di stampa relative alle restrizioni per il giorno di Natale, con differenze marcate in base alle “fasce colorate” regionali e t...

01 dicembre 2020 12:31
Pranzo di Natale: lo “Stop” a Padova vale 3,5 mln di euro e 15mila posti di lavoro -
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"La confusione regna sovrana, si accavallano tumultuose le anticipazioni di stampa relative alle restrizioni per il giorno di Natale, con differenze marcate in base alle “fasce colorate” regionali e tutta questa incertezza è nemica di tutti gli imprenditori, soprattutto di quelli che, come noi, fanno ristorazione".

È sconsolato Erminio Alajmo,
Presidente dell’Associazione Provinciale Pubblici Esercizi (APPE) di Padova e
vice Presidente nazionale di FIPE Confcommercio, riguardo alle indiscrezioni
che trapelano sul prossimo DPCM, che potrebbe prevedere la chiusura (totale o
parziale) dei ristoranti nel giorno di Natale.

«Da sempre – prosegue Alajmo –
il pranzo del 25 dicembre al ristorante ha rappresentato per milioni di
persone, in tutto il mondo, un momento di gioia, serenità e festa: non è
possibile cancellarlo con un articolo, peraltro proprio nell’anno in cui questa
giornata assume un’importanza ancora maggiore».

I festeggiamenti della Natività
al ristorante “valgono”, in provincia di Padova, almeno 3,5 milioni di euro,
con circa un migliaio di locali aperti e un prezzo medio di 50 euro.

«Sono 70mila – conferma Alajmo
– i padovani che, nel giorno di Natale, si recano al ristorante e che, qualora
venissero confermate le voci anticipatorie, potrebbero invece rimanere a casa senza
beneficiare dell’accoglienza dei pubblici esercizi».

Il risvolto negativo del
“divieto di pranzo” colpirebbe direttamente anche i lavoratori: sono almeno 15mila,
tra titolari, soci, collaboratori e dipendenti (fissi e “a chiamata”) le
persone che a Natale rischiano di non lavorare, con una perdita netta di
retribuzioni e compensi.

«Il servizio di take-away
e delivery – dichiara il Presidente Alajmo – spesso favoleggiato come panacea
di tutti i mali, in realtà non compensa minimamente la chiusura dei locali,
rappresentando meno del 20% dei ricavi, nella migliore delle ipotesi. Molti esercizi,
per tipologia di prodotti e collocazione geografica, non possono nemmeno
proporre questi servizi; altri, dopo alcune settimane di prova, hanno
rinunciato».

Secondo l’APPE, peraltro, non
vi sono evidenze scientifiche tali da motivare una scelta così drastica, come
la chiusura totale dei ristoranti nel giorno di Natale, considerando che già le
misure di distanziamento di fatto dimezzano i clienti che possono essere accolti.

«Abbiamo rivisto i nostri
locali – conferma Alajmo – riducendo i coperti, semplificando i menù, ridimensionando
le occasioni di socialità, conserviamo i contatti delle prenotazioni, abbiamo
distanziato i tavoli e dotato i lavoratori di tutti i presìdi sanitari ed ora,
nell’unico momento dell’anno in cui potremmo lavorare, seppur al regime minimo,
ci potrebbe venir chiesto di chiudere… mi chiedo con quale coraggio un
governante possa prendere decisioni così avventate».

L’alternativa, fanno sapere
dall’Associazione di via Savelli, non può che essere un ristoro integrale,
certo, immediato e basato sui ricavi dello scorso dicembre.

«Solo così – conferma Alajmo –
potremo avere un minimo di speranza per le settimane a venire, considerando
anche che sono venuti meno tutti i pranzi e cene aziendali, le feste
scolastiche, i momenti conviviali… dicembre, che è un mese che di solito
rappresentava il 20% del fatturato annuo di un ristorante, è una vera e propria
“Caporetto finanziaria”».

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