Padova, smantellata una banca clandestina legata alla criminalità cinese: 21 indagati e beni sequestrati per oltre 40 milioni

Operazione tra Padova, Venezia e altre città italiane: perquisizioni, misure cautelari e sigilli a conti, immobili, auto di lusso e criptovalute.

28 aprile 2026 09:57
Padova, smantellata una banca clandestina legata alla criminalità cinese: 21 indagati e beni sequestrati per oltre 40 milioni -
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Un immobile nella zona industriale di Padova, un continuo andirivieni di persone, contanti nascosti in borse, scatole e valigie. Da qui ha preso forma l’indagine che ha portato la Guardia di Finanza di Padova e Venezia a smantellare, secondo l’accusa, una banca clandestina riconducibile a un’associazione criminale di matrice cinese attiva nel riciclaggio e in una serie di altri reati economici.

L’operazione, coordinata dalla Procura e sfociata in un’ordinanza del gip del Tribunale di Padova, riguarda complessivamente 21 indagati. Di questi, 17 sono stati raggiunti da misure cautelari personali: per 7 è stata disposta la custodia in carcere con divieto di incontro, 5 sono finiti ai domiciliari e per altri 5 è stato imposto l’obbligo di dimora.

Contestualmente sono scattati anche i sequestri preventivi: sotto sigillo sono finiti la presunta banca occulta, denaro contante, disponibilità finanziarie, criptovalute, immobili, vetture di lusso, orologi, gioielli e altri beni di valore per un importo complessivo che supera i 40 milioni di euro.

Le perquisizioni tra Veneto e altre province

Le attività sono in corso in diverse città, con 35 perquisizioni tra abitazioni e sedi aziendali eseguite a Padova, Venezia, Treviso, Brescia, Milano e Prato. Tra i luoghi interessati figurano anche alcuni uffici all’interno del Centro Ingrosso Cina di Padova, già emerso nel corso degli accertamenti investigativi.

Per l’operazione sono stati impiegati oltre 200 militari del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Venezia e del Gruppo di Padova, con il supporto dello Scico, del Nucleo speciale tutela privacy e frodi tecnologiche, di altri reparti del Veneto specializzati nelle acquisizioni digitali forensi e delle unità cinofile addestrate alla ricerca di contante e sostanze stupefacenti.

Come funzionava la struttura individuata a Padova

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il centro dell’attività era una vera e propria banca parallela, operativa almeno dall’aprile 2025. La struttura sarebbe stata videosorvegliata, dotata di casseforti e macchine conta-soldi, con accesso consentito solo dopo identificazione tramite telecamere esterne. All’interno, sempre secondo l’accusa, confluiva quotidianamente denaro contante di provenienza illecita, poi reimpiegato in varie attività illegali.

Tra queste figurano prestiti a tassi usurari, indicati fino al 120% annuo, conversioni in criptovalute, pagamenti in nero e movimentazioni finanziarie fuori dai circuiti autorizzati. Gli inquirenti descrivono una gestione strutturata: tre soci al vertice, collaboratori retribuiti e tre cassieri incaricati di registrare entrate e uscite su libri giornale.

L’indagine si è sviluppata seguendo i flussi di denaro e alcune anomalie emerse dal controllo economico del territorio nella zona industriale padovana, dove da tempo operano numerose attività economiche. Le verifiche su segnalazioni di operazioni sospette, riconducibili a frodi nelle fatturazioni e a condotte di riciclaggio, hanno poi consentito di ricostruire il sistema.

I punti di raccolta del contante e la bisca clandestina

Gli investigatori hanno individuato anche diversi centri di raccolta collegati alla banca clandestina. Uno sarebbe stato a Padova, nell’abitazione di uno dei soci, dove venivano ricevuti i clienti. Tra questi, secondo la ricostruzione, anche un imprenditore italiano domiciliato a Dubai, ora ai domiciliari, accusato di aver riciclato circa 600 mila euro in contanti tra ottobre 2025 e aprile 2026.

Un secondo punto sarebbe stato scoperto a Saonara, nell’hinterland padovano, a casa di un altro socio: lì sarebbero stati trovati una macchina conta-banconote e un brogliaccio con le operazioni annotate. Un terzo centro, sempre secondo l’inchiesta, operava all’interno del Centro Ingrosso Cina di Padova, da cui partiva il denaro raccolto da diversi commercianti.

Accanto alla banca occulta sarebbe stata inoltre allestita una bisca clandestina usata come base logistica dal gruppo. In quel locale, dotato di tavoli automatici collegati a monitor, si sarebbe svolta attività illecita di gioco d’azzardo, con la possibilità per i giocatori di usare anche contanti ottenuti in prestito direttamente dai cassieri.

Società cartiere, documenti e flussi verso l’estero

Il quadro investigativo ipotizza un’organizzazione articolata, con ruoli distinti tra promotori, gestori dei flussi finanziari, prestanome e figure operative incaricate del trasporto del contante. Tra i soggetti ritenuti centrali compaiono anche due donne accusate di avere un ruolo nella raccolta e distribuzione del denaro, oltre a un presunto “commercialista” specializzato nell’apertura di società di comodo e a un altro soggetto ritenuto funzionale all’apertura di conti correnti per il trasferimento dei fondi all’estero.

Secondo gli inquirenti, il gruppo avrebbe fatto ricorso in modo sistematico a società cartiere, create per emettere fatture per operazioni inesistenti, ridurre la base imponibile, generare crediti d’imposta indebiti e giustificare movimenti di denaro di origine illecita. Le società, spesso intestate a persone compiacenti o inconsapevoli, avrebbero emesso nel periodo investigato fatture false per decine di milioni di euro a favore di imprenditori dislocati in varie zone d’Italia.

Tra gli elementi raccolti emerge anche l’utilizzo di passaporti, carte d’identità e patenti intestati a cittadini cinesi presenti in Italia o rientrati in patria, documenti che sarebbero stati usati per aprire società e conti correnti attraverso terze persone somiglianti agli intestatari reali. Un sistema che, sempre secondo l’accusa, serviva a eludere i controlli di identificazione.

Le contestazioni comprendono, a vario titolo, associazione per delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio, impiego di denaro di provenienza illecita, usura, ricettazione, abusiva attività bancaria, finanziaria e di pagamento, trasferimento fraudolento di valori, emissione di fatture per operazioni inesistenti e omessa dichiarazione, con l’aggravante della dimensione transnazionale.

Gli accertamenti hanno infatti ricostruito trasferimenti di milioni di euro verso la Cina, talvolta attraverso triangolazioni in altri Paesi europei come Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Lituania e Lussemburgo. Proprio il profilo internazionale dell’inchiesta ha richiesto il ricorso a strumenti di cooperazione con autorità estere per seguire i flussi e identificare i soggetti coinvolti.

L’indagine, ancora nella fase delle misure cautelari e delle contestazioni provvisorie, riporta al centro il tema del radicamento di circuiti finanziari illegali nel tessuto economico del territorio padovano e veneto, con effetti che, secondo gli investigatori, si estendono ben oltre i confini regionali.

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