Export del vino in affanno, ma il Veneto guarda al traino Prosecco mentre il settore si divide sulle mosse da fare

Volumi e valori arretrano nei primi mesi del 2026, cantine piene e confronto aperto tra chi vuole frenare l’offerta e chi punta a rilanciare la domanda.

28 luglio 2026 20:51
Export del vino in affanno, ma il Veneto guarda al traino Prosecco mentre il settore si divide sulle mosse da fare -
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Nel pieno di una fase complicata per il vino italiano, il Veneto osserva con attenzione un dato che lo riguarda da vicino: mentre una parte importante della filiera nazionale perde terreno, il sistema Prosecco continua a mostrarsi più solido di molte altre denominazioni.

Il quadro emerso nelle ultime settimane è quello di un comparto sotto pressione, con esportazioni in calo, consumi meno brillanti e livelli di giacenza tornati molto elevati. È in questo scenario che si è acceso il confronto tra le principali organizzazioni del settore sulle scelte da adottare nei prossimi mesi.

Il Veneto resta agganciato alla forza degli spumanti

Per una regione che ha nel Prosecco uno dei suoi motori agroalimentari più riconoscibili, la tenuta degli spumanti rappresenta oggi un elemento centrale. Nel 2025 la Doc Prosecco ha oltrepassato quota 660 milioni di bottiglie certificate e più dell’80% della produzione è finito sui mercati esteri.

Regno Unito, Stati Uniti e Germania restano gli sbocchi più importanti. In una fase in cui molti vini faticano a mantenere posizione e margini, il Prosecco continua a beneficiare di una collocazione commerciale capace di parlare a pubblici ampi, anche internazionali, e di intercettare consumi meno tradizionali.

Questo non significa che il comparto sia immune dai rischi. Ma rispetto ad altre aree del Paese, la filiera legata alle bollicine venete parte da una struttura più organizzata e da una presenza consolidata all’estero.

I numeri del rallentamento nazionale

Secondo l’Osservatorio Uiv, nel primo trimestre del 2026 le spedizioni oltreconfine del vino italiano hanno registrato un arretramento del 4% nei quantitativi e dell’8,3% in termini di valore. Anche il mercato interno non offre segnali particolarmente rassicuranti: nei primi cinque mesi dell’anno le vendite nella grande distribuzione hanno segnato un meno 2%.

Alle difficoltà commerciali si aggiunge il peso delle scorte. Vino e mosti presenti in cantina hanno superato i 53 milioni di ettolitri, un livello che non si vedeva da anni e che riporta al centro il tema dell’equilibrio tra produzione e domanda.

Lo squilibrio si riflette anche sui declassamenti da Dop e Igp verso categorie inferiori, con una riduzione di valore stimata in 516 milioni di euro. Sullo sfondo ci sono un consumo mondiale meno dinamico, abitudini alimentari che cambiano e una maggiore attenzione dei consumatori agli aspetti salutistici.

Due linee opposte al tavolo del ministero

Su come reagire, il settore si presenta diviso. Unione Italiana Vini, con il presidente Lamberto Frescobaldi, sostiene che il problema principale sia l’eccesso di capacità produttiva rispetto a una domanda internazionale che non cresce più come in passato.

Da qui una proposta che punta a intervenire direttamente sull’offerta: stop per due anni alle autorizzazioni per nuovi vigneti, riduzione delle rese anche nelle denominazioni Dop e Igp, controlli più stringenti sullo schedario viticolo ed esclusione degli espianti finanziati con l’Ocm, lasciando però in piedi le risorse destinate a innovazione, investimenti e promozione.

Di segno diverso la posizione di Federvini. Il presidente Piero Mastroberardino contesta l’idea di bloccare i nuovi impianti, ritenendo che una misura del genere produrrebbe effetti solo nel medio periodo e potrebbe frenare proprio le aziende che stanno investendo di più. La priorità, in questa lettura, è rafforzare la capacità di vendita, la comunicazione e il posizionamento del vino italiano.

Mercati più difficili e incognita Stati Uniti

La discussione non nasce nel vuoto. Il primo mercato estero del vino italiano, quello statunitense, attraversa una fase delicata: ai consumi meno vivaci si sommano l’incertezza legata ai dazi e un dollaro meno favorevole. Per molte imprese, soprattutto quelle più esposte all’export, è un passaggio che pesa nelle strategie commerciali.

In questo quadro il Prosecco viene indicato da più parti come uno dei pochi prodotti capaci di difendersi meglio. Franco Passador, presidente e amministratore delegato di Vi.V.O. Cantine, richiama però alla cautela: la forza della denominazione, osserva, nasce da un equilibrio costruito negli anni tra programmazione, filiera e presenza internazionale, e non va considerata scontata.

Il punto condiviso: difendere le risorse europee

Se sulle contromisure immediate il confronto resta aperto, un terreno comune esiste. Sia Federvini sia Uiv chiedono di non disperdere gli strumenti europei che oggi sostengono il comparto vino.

Da una parte si sollecita il mantenimento di un budget Ue dedicato, dall’altra si insiste sulla necessità di proteggere fondi per promozione, innovazione e investimenti. Per il Veneto, regione che vive di denominazioni fortemente orientate ai mercati esteri, il nodo delle risorse comunitarie non è secondario: riguarda la competitività futura di una delle filiere simbolo dell’economia agricola locale.

Il dato che emerge è chiaro: la crisi non colpisce tutti i territori nello stesso modo. Proprio per questo, anche le decisioni che verranno prese dovranno misurarsi con differenze profonde tra denominazioni, aree produttive e capacità di stare sui mercati internazionali.

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