Veneto, nuova polemica sulla tutela del veneto: l’Academia critica il PD dopo l’incontro a Venezia
L’associazione di Rossano Veneto contesta la conferenza con Lorenzo Tomasin e riapre il confronto su riconoscimento, varianti e diritti linguistici.
La discussione sul riconoscimento del veneto come lingua torna a dividere il dibattito regionale. A riaccenderla è la presa di posizione dell’Academia de ła Bona Creansa – Academia de ła Łengua Veneta, intervenuta dopo l’appuntamento pubblico del 2 ottobre 2026 a Venezia promosso dai consiglieri regionali del PD Monica Sambo e Alessandro Del Bianco con il professor Lorenzo Tomasin.
Nel documento diffuso dall’associazione con sede a Rossano Veneto, il giudizio è molto duro: secondo l’Academia, durante quell’incontro sarebbe emersa un’impostazione considerata ostile verso la lingua veneta, fino a metterne in discussione la stessa esistenza come sistema linguistico riconoscibile.
L’associazione precisa di non voler entrare in dinamiche di schieramento, ma sostiene di ritenere necessario intervenire quando il veneto viene, a suo avviso, trattato in modo discriminatorio. Nel mirino finisce anche l’assenza di un confronto diretto con posizioni diverse, che l’Academia sostiene di aver più volte reso disponibile.
Il punto politico e culturale aperto in Veneto
La contestazione va oltre il singolo evento veneziano e si allarga a un tema che in Veneto torna ciclicamente: quale spazio riconoscere al veneto sul piano culturale, istituzionale e identitario. Per l’Academia non si tratta solo di una disputa terminologica, ma di una questione legata alla dignità delle comunità che quella lingua la parlano o la riconoscono come parte della propria storia.
Nel testo viene richiamato anche l’articolo 3 della Costituzione, con il riferimento all’uguaglianza senza distinzione di lingua. L’associazione inserisce quindi la vicenda in un quadro più ampio, che riguarda la tutela delle realtà linguistiche presenti in Italia e in Europa.
Il nodo delle varianti interne
Uno dei passaggi più contestati riguarda l’idea che il veneto non possa essere considerato una lingua unitaria per via delle sue differenze interne. L’Academia respinge questa lettura, sostenendo che la presenza di varietà locali non cancelli l’esistenza di un insieme linguistico comune.
Secondo l’associazione, usare questo argomento solo per il veneto significherebbe applicare un criterio restrittivo che non viene impiegato allo stesso modo per altre lingue. Nella replica viene citato anche Lorenzo Tomasin, osservando che il pluralismo delle forme non basterebbe di per sé a negare una lingua.
Il richiamo al precedente in Consiglio regionale
Per rafforzare la propria posizione, l’Academia ricorda quanto avvenuto l’8 luglio 2026 in Consiglio regionale del Veneto. In quell’occasione, sottolinea l’associazione, il presidente Alessandro Mocellin era stato ascoltato proprio sul tema della lingua veneta in un confronto con un docente universitario indicato come collega e collaboratore di Tomasin.
Nel resoconto dell’Academia, durante quell’audizione era stata mostrata anche la Carta linguistica d’Italia del professor G.B. Pellegrini, richiamata come elemento a sostegno dell’esistenza di una lingua veneta distinguibile, pur al suo interno articolata da diverse isoglosse e varietà territoriali.
Il paragone con il Friuli Venezia Giulia
La parte più direttamente polemica riguarda il confronto con quanto avviene nella regione confinante. L’Academia invita infatti gli esponenti veneti del PD a guardare al Friuli Venezia Giulia, citando la legge regionale 15/1996 sul friulano e la 29/2007 che riconosce anche la tutela di tedesco e sloveno.
Da qui nasce la domanda politica posta dall’associazione: perché, sostiene, in altri contesti istituzionali vengono riconosciute e protette lingue del territorio, mentre sul veneto continuerebbero a emergere resistenze o letture riduttive.
Lessico, pronuncia e l’ultima accusa
Nella parte finale del documento, l’Academia torna su alcuni esempi linguistici attribuiti a Tomasin, in particolare sul fatto che parole italiane come “ragazzi” possano trovare corrispondenze diverse in veneto, come “tosi” e “fioi”. Per l’associazione, una simile osservazione non sarebbe sufficiente a sminuire l’unità della lingua, così come in italiano convivono forme differenti a seconda delle aree geografiche.
Viene poi aggiunto anche un rilievo sulla pronuncia dell’italiano parlato dallo stesso Tomasin, che secondo l’Academia presenterebbe tratti riconducibili all’area veneta. Un’osservazione usata per ribadire quanto siano intrecciati standard e usi locali.
La conclusione del testo ruota attorno a un termine preciso: “glottofobia”. È la parola che l’associazione chiede di mettere al centro della discussione, sostenendo che il confronto sul veneto non debba tradursi in una negazione culturale o linguistica proprio nella regione in cui questa tradizione è più radicata.