Louis Kahn e la Serenissima: l'ultima stagione di un architetto rivive sullo schermo
Griffin Dunne interpreta il grande architetto americano in Joy Will Prevail, il lungometraggio d'esordio di Max Korman dedicato all'ultima casa da lui progettata — e a un legame con Venezia che ha attraversato tutta la sua carriera
Nessun architetto del Novecento ha lasciato un'impronta paragonabile a quella di Louis I. Kahn. Eppure, tra le tante città che hanno nutrito la sua visione, poche lo hanno segnato quanto Venezia. Fu nel 1928, appena ventisettenne, che Kahn visitò per la prima volta la laguna, dando inizio a un legame che sarebbe durato tutta la vita e che avrebbe attraversato decenni di ritorni, studi e progetti, fino agli ultimi anni trascorsi a immaginare, per la Serenissima, un'opera mai realizzata.
È questo il retroterra silenzioso di Joy Will Prevail, il nuovo film scritto e diretto da Max Korman, alla sua opera prima. Non si tratta di una biografia architettonica nel senso tradizionale del termine, ma del racconto intimo di un'unica commissione — l'ultima casa mai firmata da Kahn — attraverso cui il film esplora temi più ampi: l'eredità, la famiglia, la creatività e il significato di un'intera esistenza dedicata al progetto.
Una casa, un'epoca, un uomo
Ambientato nella Philadelphia del 1971, il film vede Griffin Dunne vestire i panni di Kahn nel momento più alto della sua carriera, diviso tra grandi commissioni internazionali e un'esistenza privata complessa. Al centro della trama vi è la nascita della Korman House: un giovane padre di famiglia, Steve Korman — interpretato da Ben Rosenfield — chiede all'architetto di progettare una casa di campagna. Kahn rifiuta, in un primo momento; poi, tra pressioni professionali, obblighi personali e interrogativi più profondi sul senso della propria opera, accetta, dando avvio a una collaborazione durata tre anni che avrebbe prodotto la sua ultima residenza.
Per Korman, la vicenda è un'occasione rara per entrare nella vita interiore di una figura leggendaria, restituendo all'atto architettonico una dimensione profondamente umana: non un gesto monumentale e distante, ma un rapporto fatto di fiducia, conflitto e immaginazione tra un artista e chi gli chiede di costruire qualcosa destinato a durare.
Il progetto arriva in un momento cruciale della vita di Kahn, che resta sposato con Esther Kahn — interpretata da Jennifer Beals — pur mantenendo legami profondi con le famiglie costruite insieme alle compagne di lunga data Harriet Pattison, interpretata da Alexis Bledel, e Anne Tyng. Sono relazioni che compongono il paesaggio emotivo e creativo di uno dei periodi più significativi della sua opera, e che nel film si intrecciano con la nascita della casa in un percorso condiviso di ricerca di senso, tra cambiamenti personali e globali.
Il richiamo della laguna
Se la storia raccontata dal film è radicata in Pennsylvania, l'orizzonte di Kahn si spingeva molto più lontano — e Venezia, tra tutte le città che attraversò nella sua vita di architetto e viaggiatore instancabile, occupò un posto a parte. Vi arrivò per la prima volta nel 1928, poco più che ventenne, durante il suo primo Grand Tour europeo, appena qualche anno dopo essere emigrato da bambino dall'Estonia agli Stati Uniti. Non fu un incontro occasionale: per oltre quarant'anni, fino alla fine della sua vita, Kahn avrebbe continuato a tornare in laguna, a studiarla, disegnarla e insegnarla, tessendo con la città un legame che i suoi biografi definiscono tra i più intensi e duraturi di tutta la sua carriera.
Quel legame nasceva prima di tutto dallo sguardo di un innamorato. Kahn passava ore a disegnare Piazza San Marco, i ponti sospesi sull'acqua, le calli senza nome; nel 1951 dedicò un pastello alla Basilica di San Marco, uno dei tanti fogli che testimoniano quanto la città alimentasse, in lui, un'attenzione quasi devota. Tornò più volte a tenere corsi e lezioni per gli studenti veneziani, e proprio a Venezia, nel 1971 — l'anno stesso in cui è ambientato il film — ottenne il raro privilegio di accedere al tetto di Palazzo Ducale, affacciato sulle cupole di San Marco: un onore concesso a pochissimi, e per Kahn una delle esperienze più intense della sua vita in laguna. Fu in quegli anni che descrisse la città come "un'architettura di gioia" e "un puro miracolo nella storia dell'umanità", parole che avrebbero continuato a orientare il suo pensiero fino alla fine.
A Venezia Kahn strinse anche legami umani duraturi, in particolare con l'architetto Carlo Scarpa e con lo storico dell'arte Giuseppe Mazzariol, e partecipò più volte alla Biennale, dove aveva già esposto i propri lavori quando, nel 1968, gli fu affidato l'incarico più ambizioso: il progetto per un Palazzo dei Congressi nei Giardini della Biennale. Vi lavorò con intensità fino al 1972, rileggendo in chiave personale l'architettura veneziana attraverso una lunga serie di disegni. L'opera non fu mai costruita — resta, insieme a progetti mai realizzati di Palladio, Le Corbusier e Frank Lloyd Wright, un capitolo della Venezia che non è stata — ma è considerata ancora oggi tra le più importanti visioni incompiute dell'architettura del Novecento, e tra le testimonianze più dirette di quanto la città lagunare fosse, per Kahn, molto più di una tappa di passaggio.
Quella devozione è stata raccontata anche fuori dai confini italiani: nel 2018 la mostra "Louis Kahn e Venezia", curata da Elisabetta Barizza con Gabriele Neri per il Teatro dell'architettura di Mendrisio — progettato non a caso da Mario Botta, tra gli architetti ticinesi più debitori nei confronti di Kahn — ha riunito per la prima volta i disegni originali del Palazzo dei Congressi insieme alle registrazioni delle sue lezioni veneziane, restituendo l'ampiezza di un rapporto fatto di relazioni umane, insegnamento e progetti, oltre che di architettura. Un filo che, nel Canton Ticino, ha continuato a vivere anche nell'opera di Livio Vacchini, ispirato allo stesso approccio insieme monumentale e minimalista.
Un percorso globale, un finale a New York
Nato nel 1901 sull'isola estone di Saaremaa, prima di emigrare bambino negli Stati Uniti, Kahn studiò e insegnò per decenni all'Università della Pennsylvania — che oggi conserva la più grande collezione al mondo dei suoi disegni e materiali d'archivio — facendo di Philadelphia la propria base per tutta la vita. Il suo pensiero raggiunse però una risonanza internazionale: nel 1960 prese parte alla storica World Design Conference di Tokyo insieme a Kenzō Tange, influenzando generazioni di architetti giapponesi, tra cui il futuro premio Pritzker Arata Isozaki. Collaborò inoltre con lo scultore Isamu Noguchi a visionari progetti di parchi giochi per New York.
Fu proprio New York a segnare l'ultimo capitolo della sua vita: nel 1974 Kahn morì improvvisamente alla Penn Station, di ritorno da uno dei suoi tanti viaggi internazionali. Uno dei suoi ultimi grandi progetti, il Franklin D. Roosevelt Four Freedoms Park sulla Roosevelt Island, sarebbe stato completato solo nel 2012 — quasi quarant'anni dopo la sua morte — per essere poi accolto dalla critica come uno degli spazi pubblici più importanti della città.
Un ritratto intimo
Prodotto da J. Andrew Greenblatt, Derek Dienner, Alex Peace-Power e dallo stesso Max Korman, Joy Will Prevail intreccia dramma storico e narrazione dei personaggi per raccontare come creatività, famiglia e amicizia si siano intrecciate nella genesi dell'ultima opera residenziale di Kahn. Ma per chi guarda da Venezia, il film è anche un invito a riscoprire un capitolo meno noto — e più sentimentale — della biografia dell'architetto: quello di un uomo che, tra un pastello dedicato a San Marco e un progetto mai costruito ai Giardini della Biennale, trovò nella città lagunare non un semplice scenario, ma una delle sue fonti più durature e private di ispirazione.