Mamma e bimbo morti nel laghetto: «dietro la tragedia i contrasti in famiglia»
Madre e figlio di 15 mesi morti nel laghetto a Castelguglielmo: emergono tensioni familiari e nuovi accertamenti.
CASTELGUGLIELMO – Un piccolo mazzo di fiori lasciato in silenzio accanto alla rete del laghetto artificiale è diventato il segno più evidente del dolore che ha travolto l’Alto Polesine. In quel punto isolato della campagna di Castelguglielmo, dove fino a pochi giorni fa non c’era nulla che attirasse l’attenzione, si è consumata una tragedia che ha sconvolto un’intera comunità: Chen Yan, 39 anni, e il suo bambino di appena 15 mesi, Chen Wang Lei, sono stati trovati senza vita nelle acque del bacino.
Il luogo del dramma è ora avvolto da un silenzio ancora più pesante. Chi passa lungo quella stradina sterrata non riesce più a guardarla con gli stessi occhi. Quel tratto di argine, disperso tra campi e canali, è diventato improvvisamente il centro di una vicenda dolorosa, che ha lasciato dietro di sé interrogativi, sgomento e un senso diffuso di impotenza.
Nelle ore successive al ritrovamento, davanti al laghetto sono arrivati anche i genitori della donna. Sconvolti, provati da una perdita devastante, si sono fermati a osservare a lungo quel punto in cui si è interrotta la vita della figlia e del nipotino. Un’immagine che, secondo quanto emerso, ha segnato profondamente anche chi li ha accompagnati sul posto.
Dopo quel momento di raccoglimento, i familiari sono stati condotti in caserma dai carabinieri, insieme a un conoscente di famiglia, per essere ascoltati nell’ambito delle indagini. Gli investigatori stanno infatti cercando di ricostruire il contesto umano e personale in cui si è inserita la tragedia, con l’obiettivo di chiarire ogni passaggio e definire con esattezza il quadro degli ultimi giorni vissuti dalla donna.
La famiglia, di origine cinese, viveva da molto tempo nella frazione di Presciane, una piccola località del comune polesano. In un territorio dove quasi tutti si conoscono, il nucleo familiare era comunque percepito come molto riservato, quasi appartato. Non risultava particolarmente inserito nella vita sociale del paese e, secondo diversi racconti raccolti tra i residenti, manteneva rapporti piuttosto limitati anche con altre comunità orientali presenti nei centri più grandi del territorio.
Qualcuno ricorda di aver visto la donna camminare con il passeggino lungo le strade secondarie della zona, in momenti di apparente normalità che oggi assumono un significato diverso. Nessuno, però, aveva mai immaginato che dietro quella quotidianità tanto silenziosa potesse nascondersi un disagio così profondo.
In questo quadro, secondo quanto emerso, il nodo più delicato riguardava la sua situazione personale. Chen Yan era madre senza essere sposata e il padre del bambino, stando alle ricostruzioni, non sarebbe mai stato davvero presente, nemmeno dopo la scoperta della gravidanza. Un elemento che, all’interno dell’ambiente familiare, avrebbe generato forti tensioni e discussioni ripetute.
Il punto più doloroso che emerge dalle testimonianze raccolte riguarda proprio il clima vissuto in famiglia. Il padre della donna, da quanto si apprende, avrebbe desiderato per la figlia e per il piccolo una condizione diversa, più stabile e più facilmente accettabile anche agli occhi della famiglia stessa. Attorno a questa situazione si sarebbero sviluppati contrasti interni, rimasti però confinati all’ambito privato e mai esplosi pubblicamente.
Si tratterebbe di tensioni mai segnalate all’esterno in modo evidente, ma comunque presenti da tempo. Litigi, incomprensioni e un malessere che non sarebbe stato colto in tutta la sua gravità da chi viveva attorno a quel nucleo. In paese, infatti, nessuno aveva collegato quella realtà così chiusa e discreta a un possibile epilogo tanto drammatico.
Non sarebbero invece emerse particolari difficoltà economiche. La famiglia viveva in maniera semplice, ma senza condizioni di fragilità tali da far scattare interventi pubblici. Secondo quanto trapelato, il Comune di Castelguglielmo non aveva infatti attivato alcun percorso con i servizi sociali. Anche sotto il profilo dell’integrazione, però, il nucleo sarebbe rimasto piuttosto isolato: i genitori, pur vivendo in zona da anni, non parlerebbero ancora bene l’italiano, elemento che avrebbe contribuito ad accentuare distanza e chiusura.
Sul piano giudiziario, la Procura di Rovigo ha aperto un fascicolo per omicidio, passaggio tecnico necessario per consentire tutti gli accertamenti del caso. Si tratta di un atto dovuto, indispensabile per dare piena copertura investigativa agli approfondimenti che saranno effettuati nelle prossime ore.
L’orientamento degli inquirenti, affidato ai carabinieri della compagnia di Castelmassa, resta comunque quello delineato sin dai primi momenti: allo stato attuale non emergono elementi che facciano pensare al coinvolgimento di altre persone. Sui corpi, secondo quanto riferito, non sarebbero stati rilevati segni di violenza tali da suggerire una dinamica diversa.
Sarà l’autopsia a chiarire in modo definitivo tempi e modalità della morte, fornendo ai magistrati un quadro medico-legale completo. Gli esami disposti dall’autorità giudiziaria serviranno a ricostruire con precisione gli ultimi istanti e a consolidare l’ipotesi investigativa che, al momento, appare prevalente.
Il racconto delle ultime ore di vita della donna e del figlioletto resta uno degli aspetti più sconvolgenti dell’intera vicenda. Secondo la ricostruzione fin qui emersa, Chen Yan avrebbe raggiunto a piedi il laghetto artificiale, spingendo il passeggino lungo la strada che costeggia il bacino. Arrivata in prossimità della recinzione, si sarebbe fermata tra il canale e la rete metallica.
A quel punto avrebbe preso in braccio il bambino, avrebbe superato la barriera e si sarebbe lanciata in acqua con lui. I due corpi sono poi stati trovati poco dopo, uno accanto all’altro, da un passante insospettito proprio dalla presenza del passeggino abbandonato lungo il percorso. Un dettaglio che si è trasformato nel primo segnale di allarme e che ha portato alla scoperta della tragedia.
A Castelguglielmo si parla poco, quasi sottovoce. La tragedia ha colpito un territorio abituato a ritmi lenti e a relazioni discrete, dove le notizie circolano velocemente ma vengono commentate con pudore. In queste ore il dolore si mescola allo smarrimento, mentre il paese prova a fare i conti con una storia che nessuno avrebbe immaginato così vicina.
Quello stesso territorio polesano era già stato segnato dai primi aggiornamenti sul caso, con il ritrovamento della donna e del piccolo nel bacino artificiale, una vicenda che Nordest24 aveva raccontato anche nell’articolo sui corpi trovati nel laghetto. Nelle ore successive erano poi emersi ulteriori dettagli nell’approfondimento dedicato a mamma e figlio morti nel laghetto, mentre la cornice della giornata è stata ripresa anche nella rassegna stampa di Nordest24 del 30 marzo 2026. Sul fronte della cronaca veneta, restano inoltre al centro dell’attenzione altri fatti che hanno segnato queste ore, come il caso della barca contro una briccola in laguna a Sant’Erasmo.
Resta così, nel cuore della campagna, quel tratto di strada che fino a due giorni fa era soltanto un passaggio secondario tra acqua e terra. Oggi, invece, è diventato il simbolo di una tragedia familiare immensa, di un dolore rimasto nascosto troppo a lungo e di una comunità che ora sa perfettamente dove conduce quel sentiero.